Dal laboratorio al mercato: come il Technology Transfer può rendere l’Italia un Paese davvero deep tech

by | Nov 10, 2025 | News | 0 comments

L’Italia non manca di idee, ma di ponti solidi per portarle dal laboratorio al mercato. Rafforzare il trasferimento tecnologico significa trasformare la ricerca in impresa, la conoscenza in crescita e rendere il Paese protagonista della rivoluzione deep tech che sta cambiando l’economia globale.

Ogni giorno, nei laboratori italiani, nascono idee che potrebbero cambiare la vita di tutti noi: nuovi materiali, tecniche per l’energia pulita, soluzioni per la salute, algoritmi avanzati. Eppure, non sempre queste innovazioni arrivano sul mercato. Lo dicono i dati: secondo il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, ogni anno in Italia vengono pubblicate oltre 90.000 ricerche scientifiche, ma si fermano a meno di 3.000 le domande di brevetto. E solo una piccola parte di queste si trasforma in un prodotto o in un’impresa.

È il segno di un Paese dove la ricerca è viva, ma il ponte tra conoscenza e impresa è ancora fragile. Quel ponte ha un nome preciso: Technology Transfer. È ciò che misura la capacità di trasformare un’intuizione in innovazione, un laboratorio in un’azienda, una scoperta in valore economico. D’altronde la crescita di un Paese è direttamente proporzionale alla velocità con cui riesce a trasferire tecnologia, e cioè a portare sul mercato ciò che la ricerca genera.

Su questo l’Italia un po’ arranca, se messa a confronto con altri Paesi UE. Secondo l’Ufficio Europeo dei Brevetti, nel 2020 le aziende italiane ne hanno depositati 4.600, contro i 25.954 della Germania e i 10.554 della Francia. E non una questione di qualità scientifica: l’Italia è tra i primi dieci Paesi al mondo per pubblicazioni più citate, pur investendo meno della media europea in ricerca e sviluppo.

Il problema risiede altrove, e cioè nel dialogo tra industria e mondo scientifico.
Le imprese italiane faticano ad aprirsi all’innovazione che nasce fuori dai propri confini, e le università non sempre hanno strutture o incentivi per trasformare la ricerca in impresa. A tutto questo si aggiunge un sistema di venture capital ancora debole, che rende difficile sostenere le fasi iniziali delle tecnologie deep. Il risultato è un effetto domino: grandi idee, poca applicazione, un’Italia che inventa, ma non sempre innova.

Il Technology Transfer

Il trasferimento tecnologico è quel ponte che collega la ricerca al mercato,  quel processo che trasforma un’idea nata in laboratorio in qualcosa di tangibile, come un brevetto, una startup, un nuovo prodotto industriale.
La capacità di un Paese di innovare, e quindi di crescere, è direttamente proporzionale alla velocità con cui riesce a percorrere quel ponte. Per restare competitivi, non basta generare conoscenza, bisogna saperla usare, connettere, industrializzare.

Nei Paesi anglosassoni è una prassi più consolidata. Negli Stati Uniti, le università hanno uffici specializzati nel tech transfer, nel Regno Unito, alcune lo affidano a società esterne che operano come venture builder. In Italia, invece, il sistema è ancora giovane. Molti progetti restano intrappolati nella cosiddetta valley of death (la “valle della morte” dell’innovazione), quella zona grigia in cui un’idea è troppo matura per restare nelle università, ma troppo acerba per interessare gli investitori privati.

E anche se negli ultimi anni sono nate iniziative pubbliche e private per colmare questo vuoto, l’ecosistema italiano resta ancora complesso e frammentato. I centri di ricerca sono numerosi, ma poco coordinati, i Technology Transfer Office (TTO) lavorano spesso con risorse limitate, e le imprese, soprattutto le PMI, faticano a intercettare le opportunità nate dalla ricerca.

Secondo il Rapporto Netval 2024, solo una piccola parte dei brevetti universitari trova applicazione industriale, e la collaborazione strutturata tra imprese e atenei riguarda una minoranza di aziende. A frenare il processo sono diversi fattori: burocrazia, carenza di figure ibride capaci di connettere scienza e business, una cultura imprenditoriale ancora poco orientata al rischio e la scarsità di cosiddetti “capitali pazienti”.

Deep-tech: come cambia il paradigma

Negli ultimi anni, il dibattito internazionale ha cambiato prospettiva spostando il focus verso una frontiera più “profonda”, quella del deep tech: l’insieme delle tecnologie che nascono dalla ricerca scientifica avanzata come l’intelligenza artificiale, la robotica, le biotecnologie, i nuovi materiali, lo space tech e così via. Non si tratta di app o piattaforme, ma di innovazioni che possono ridefinire interi settori industriali, magari cambiando il modo in cui produciamo energia, curiamo malattie o costruiamo infrastrutture. 
Secondo la Commissione Europea, entro il 2030 oltre il 70% del valore delle startup europee ad alto impatto proverrà dal deep tech. Un ambito che richiede investimenti più grandi, tempi più lunghi e un mix di competenze scientifiche e manageriali.

A livello internazionale, il deep tech si fonda su quattro pilastri riconosciuti:

  1. Science-based innovation: la tecnologia nasce da ricerca avanzata e risultati scientifici validati.
  2. Long development cycles: servono anni (spesso più di dieci) per arrivare al mercato.
  3. High capital intensity: richiede capitali ingenti e “pazienti”.
  4. Transformative impact: genera cambiamenti sistemici, non incrementali.

Sono caratteristiche che spiegano perché la filiera del deep tech non possa vivere senza una solida infrastruttura di trasferimento tecnologico: perché senza un ponte tra ricerca e industria, la scienza resta teoria e l’innovazione non diventa economia reale.

La risposta italiana: il ruolo di CDP Venture Capital SGR

L’Italia possiede eccellenze scientifiche riconosciute a livello internazionale dalla robotica alla fotonica, dai materiali avanzati alla clean energy, ma per trasformarle in imprese serve una struttura stabile di collegamento tra ricerca e industria.

Tra le iniziative finanziarie recenti più di successo e che dovrebbe contribuire in maniera determinante alla crescita degli investimenti in deep tech e technology transfer va menzionata sicuramente CDP Venture Capital SGR che nel 2020 ha lanciato il Technology Transfer Fund, il primo fondo italiano dedicato alla valorizzazione della ricerca, con l’obiettivo di accompagnare le tecnologie nate in università e centri di ricerca fino al mercato. Da questo programma sono nati i Poli Nazionali di Trasferimento Tecnologico, hub tematici che operano come veri e propri acceleratori deep tech, in settori chiave come aerospazio, scienze della vita, intelligenza artificiale e nuovi materiali. Qui università, corporate e startup lavorano insieme, condividendo laboratori, capitali e know-how industriale per far evolvere la ricerca in impresa.

Visione e capitale: la prossima frontiera

Il deep tech non è per chi cerca ritorni rapidi. Sviluppare una nuova tecnologia può richiedere dieci anni o più, e per questo servono investitori lungimiranti, capaci di sostenere i tempi lunghi della ricerca applicata e di affiancare le startup non solo con capitali, ma anche con competenze industriali. È un tipo di finanza diversa da quella tradizionale: meno speculativa, più industriale, più “paziente”.

Un approccio già consolidato in Francia e Germania grazie a partnership pubblico-private e fondi specializzati. Per l’Italia, la sfida è culturale ancora prima che tecnologica. Il trasferimento tecnologico non è solo un processo tecnico, è anche una questione di mentalità in quanto richiede fiducia tra chi inventa e chi investe, tra pubblico e privato, tra università e industria. Significa accettare che l’innovazione non nasce mai da sola, ma dall’incontro tra competenze diverse, e che per creare valore bisogna saper condividere conoscenza, rischio e risultati.

Il futuro dell’innovazione italiana passa da qui: dalla capacità di costruire un ecosistema che renda possibile e naturale il passaggio dalla ricerca al mercato. E il technology transfer è il vero motore della competitività per le PMI che vogliono innovare, gli investitori che cercano valore reale e i ricercatori che vogliono vedere le proprie scoperte cambiare la vita delle persone. Costruire un’Italia deep tech significa questo: trasformare la conoscenza in futuro, con visione, pazienza e coraggio. Solo così le idee potranno davvero uscire dai laboratori e diventare ciò che sono destinate a essere.